Secondo un report di Mark Gurman per Bloomberg, Apple sta lavorando per rendere i futuri smart glasses e i visori XR dispositivi orientati alla salute e al fitness. La prima generazione degli occhiali non includerà queste funzioni, ma l’azienda avrebbe già indirizzato in questa direzione la ricerca e sviluppo del team Vision Products Group.
Un progetto già tentato con Vision Pro
Gurman ricorda che Apple aveva pensato di integrare il fitness già in Vision Pro, ipotizzando di far girare Apple Fitness+ sul visore per permettere agli utenti di allenarsi mentre il dispositivo analizzava i movimenti tramite body tracking. Il progetto sarebbe stato abbandonato: Vision Pro, spiega il report, si è rivelato troppo pesante per un uso di questo tipo, dove l’utente deve muoversi liberamente e non stare seduto o fermo.
Perché gli occhiali cambiano l’equazione
Gli smart glasses, a differenza di un visore, sono pensati per un uso continuativo durante la giornata e includono di default una serie di sensori per fotocamera, audio e query AI. Secondo il report, Apple vorrebbe riutilizzare questi stessi sensori per raccogliere dati sul movimento dell’utente, seguendo una logica già vista con AirPods, trasformati in strumenti di supporto uditivo con semplici aggiornamenti software.
Un’offerta di lavoro pubblicata dall’azienda per una posizione di design strategico nel Vision Products Group conferma l’interesse. Il testo dell’annuncio descrive l’obiettivo di “definire il futuro delle esperienze di salute, benessere e fitness” per i prodotti della divisione.
Il confronto con Meta
Gurman osserva che Meta ha già un vantaggio in questo ambito con la linea Ray-Ban, Oakley e i propri Meta Glasses. Ad aprile l’azienda ha introdotto un aggiornamento che permette di stimare visivamente i macronutrienti di un pasto, riducendo la necessità di inserire manualmente i dati in un’app di conteggio calorico. È plausibile, secondo il giornalista, che sia Apple che Meta continuino a sviluppare funzioni simili basate su AI visiva in tempo reale, per esempio per contare ripetizioni durante un allenamento o rilevare impostazioni di un tapis roulant osservando l’utente.
Resta però un limite tecnico: le fonti non chiariscono se sensori montati sul ponte nasale possano offrire la stessa precisione di un cardiofrequenzimetro da polso o da braccio, oggi lo standard per il monitoraggio fisiologico continuo.
Cosa significa per chi progetta esperienze immersive
La notizia riguarda il mercato consumer americano, ma il ragionamento di fondo tocca un tema che vale anche per chi lavora con la XR in ambito pubblico e culturale in Italia: il fitness tracking è solo l’ultimo esempio di come i grandi produttori stiano cercando un caso d’uso quotidiano che giustifichi occhiali indossati per ore, non minuti. Finché lo smart glasses resta un dispositivo per fotografare o interrogare un assistente AI, il suo utilizzo resta occasionale. Se diventa uno strumento che accompagna l’attività fisica, l’adozione cambia natura: da gadget a compagno abituale.
Per chi realizza esperienze immersive in ambito formativo o museale questo non è irrilevante. Se il mercato consumer normalizza l’uso di occhiali leggeri indossati a lungo, con sensori di movimento sempre attivi, si abbassa anche la soglia culturale per proporre dispositivi simili in contesti come la formazione professionale, dove il body tracking continuo — non solo per contare ripetizioni in palestra, ma per valutare la correttezza di un gesto tecnico o di una procedura di sicurezza — è già una funzione richiesta da chi commissiona progetti.
C’è però un rischio da tenere presente: l’affidabilità dei sensori integrati in un paio di occhiali, per quanto miniaturizzati, non è ancora paragonabile a quella di dispositivi dedicati indossati sul corpo. Prima di proporre a un ente o un’azienda una soluzione che promette monitoraggio fisiologico o analisi del movimento tramite smart glasses, va verificato con chiarezza cosa il dispositivo può misurare davvero e cosa resta stima approssimativa. La differenza, per un progetto di formazione tecnica o riabilitativa, non è marginale: un dato impreciso presentato come accurato può costare più di un dato assente ma dichiarato come tale.
La direzione indicata da Apple confema comunque una tendenza che osserviamo da tempo: il visore isolato perde terreno, l’occhiale leggero e sempre acceso guadagna terreno. Chi progetta esperienze immersive dovrebbe iniziare a pensare non solo a “cosa mostrare” attraverso questi dispositivi, ma a “cosa misurare” mentre l’utente li indossa, perché è lì che si sposterà buona parte del valore percepito nei prossimi anni.
Fonti
Questo articolo è stato rielaborato con l’aiuto di un sistema di intelligenza artificiale.